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2. Frammenti di una teoria: il contrappunto fra suono e immagine Il cinema degli esordi e l’arte radiofonica anticipano e predispongono l’avvento dell’era audiovisiva. Il processo evolutivo innescato da queste due creature del XX secolo è visto a posteriori da Schaeffer come una sorta di laboratorio in cui si pongono i presupposti per la fondazione di un nuovo linguaggio propriamente intermediale: muta (e sorda) la prima, cieca la seconda, entrambe impongono ai propri adepti il duplice sforzo di liberarsi dalle pastoie dell’imitazione pedissequa di altre forme artistiche (soprattutto pittura, teatro, narrativa) ed elaborare modalità espressive originali che trasformino le rispettive ‘menomazioni’ in altrettanti punti di forza. Conseguentemente, la lettura schaefferiana del cinema sonoro e delle altre forme d'interazione fra suono e immagine evidenzia in primo luogo l'importanza di una compenetrazione non superficiale fra le proprietà di quelle arti. Tuttavia, l’analisi della comunicazione audiovisiva si spinge ben oltre il semplice computo di una sommatoria di caratteristiche importate dai singoli media, sforzandosi di pervenire a soluzioni interpretative spesso intrecciate a prese di posizione di natura squisitamente poetica. Gli scritti che Schaeffer consacra all’incontro fra suono e immagine appartengono tutti a momenti di svolta della sua carriera: il già citato saggio sulle arts-relais, ad esempio è il frutto di un periodo di astensione forzata dall’attività radiofonica e precede di pochi mesi l’inaugurazione del Club d’Essai, laboratorio di ricerca e sperimentazione da cui discenderà il più noto Groupe de Recherches Musicales, tuttora in attività. Quattro anni più tardi, subito dopo la conclusione del colossale radiodramma La Coquille à Planetes, saranno pubblicati due contributi, Propos sur la coquille (Notes sur l’expression radiophonique) (Schaeffer [1946a] 1990) e L’element non visuel au cinema (Schaeffer 1946b; 1946c e 1946d) dedicati, rispettivamente, all’estetica della radiofonia e allo studio della componente sonora in ambito cinematografico. Quest’ultimo, in particolare, riprende ed approfondisce quella visione costruttivista del documento audiovisivo secondo la quale, indipendentemente dal soggetto narrato, il messaggio estetico sarebbe interamente veicolato dall’organizzazione formale degli oggetti, immagini visive e modulazioni sonore. Procedendo alla consueta tripartizione della traccia sonora in rumore, voce e musica, Schaeffer giunge a dimostrare come tutto il decorso acustico sia in realtà riconducibile alla prima categoria, dal momento che la parola altro non è che il rumore prodotto dagli uomini: «[...] si può dunque affermare che il testo ha molta meno importanza dell’intonazione delle frasi, la grana delle voci e il grado di intelligibilità […]. Così, esso rende per giunta l’azione esplicita, ma né più né meno di quanto non lo sia la realtà, il più delle volte ellittica e ambigua» (Schaeffer 1946b, p. 47). Rumori verbali e ambientali appartengono dunque a un unico ambito della composizione audiovisiva, perfettamente adeguato all’immagine nella misura in cui questa non può far altro che mostrare delle ‘cose’. Inoltre, essendo il risultato di un movimento fisico, tali eventi sonori testimoniano la presenza di un’azione, di un cambiamento, e alimentano pertanto la dinamica della scena complessiva. Il discorso sulla musica, decisamente più complesso, parte da una constatazione apparentemente contraddittoria: non godendo di alcun nesso causale con le immagini, essa si discosta in primo luogo dalla realtà della cosa rappresentata e non intrattiene nessun legame di necessità con la struttura della rappresentazione stessa; allo stesso tempo però la musica gode della capacità di porsi spontaneamente in relazione con l’immagine, prima ancora di ogni considerazione di tipo formale e di ogni possibile contenuto emozionale specifico. Nell’ottica di Schaeffer, infatti, l’aspetto visivo e quello acustico tendono a formare un legame semantico immediato indipendentemente dalle scelte autoriali, le quali possono senz’altro potenziare e guidare tali relazioni, ma mai sopprimerle: ne è prova la possibilità storicamente dimostrata di adattare ogni repertorio precostituito di motivi musicali a qualsiasi sequenza di immagini ed istituire collegamenti o fratture all’interno del decorso filmico. Ciò non significa però che la musica intrattenga inevitabilmente un rapporto di subordinazione rispetto all’immagine. Qualora il regista sia in grado di immaginare e organizzare la propria opera in termini sonori, oltre che visivi, la scelta degli elementi musicali cesserà di rapportarsi al tutto in modo fortuito per assumere un ruolo paritetico rispetto a tutte le altre componenti. In questi casi, precisa Schaeffer «[...] siamo lontani dalla musica-illustrazione. Si tratta di musica-materiale. Dalla congiunzione nel tempo di due materiali originali di carattere forte, l’uno musicale, l’altro visivo, nasce un complesso di impressioni particolarmente ricco […]. Esso procura quella soddisfazione propriamente artistica che consiste nel percepire la diversità nell’unità, il divergente nel simultaneo: è la fioritura dell’istante nel tempo» (Schaeffer 1946c, p. 65). Rumore, parola e musica intrattengono con l’immagine relazioni di tipo differente, che degradano in linea di principio dall’ineluttabilità della corrispondenza fisica fra l’azione e il suono ne proviene all’arbitrarietà della costruzione artistica di unità audiovisive complesse. Non bisogna però dimenticare che l’organizzazione della pista sonora è pur sempre una composizione e che, anche laddove un evento acustico si coordini perfettamente con un fenomeno visivo (ad esempio il rumore di passi abbinato a una scena di marcia), non si può mai parlare, a rigore, di ‘realismo’. Osservata attraverso la lente della concezione epistemologica di Kracauer, pertanto, la teoria schaefferiana si collocherebbe in netto contrasto con il ‘principio estetico fondamentale’ del cinema – ossia la rivelazione della realtà fisica – e abbraccierebbe piuttosto una ‘tendenza creativa’, che si discosta progressivamente dalla realtà per dar luogo a costruzioni fantastiche, anche se basate su simulacri di oggetti reali (cfr. Kracauer [1960] 1962, pp. 90-98). |


