UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI PAVIA - DIPARTIMENTO DI SCIENZE MUSICOLOGICHE E PALEOGRAFICO- FILOLOGICHE

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Lo iato che separa le arti classiche da quelle moderne non può dun­que essere individuato nelle tecnologie impiegate né nelle forme della rappre­sentazione; qual’é dunque la caratteristica che accomuna le arts-relais distanziandole da tutte le altre forme espressive? Secondo Schaef­fer la rispo­sta a questa domanda è da cercarsi in una maggiore predisposizione di cinema e radio a valorizzare l’aspetto più immediato ed evanescente del fe­nomeno rappresentato, mentre le altre arti manife­stano una tendenza comune a muovere dal particolare per guadagnare quanto più possibile una dimensione universale. Tutte le forme di rappre­sentazione del passato re­cano, secondo Schaeffer, la traccia indelebile di una vocazione logocentrica, imposta dal bisogno di superare le contin­genze della quotidianità per defi­nire ed esprimere concetti assoluti. Tale necessità è però sconosciuta al cinema e alla radio i quali, al contrario, si giovano di una straordinaria faci­lità nella descrizione immediata e nell’evocazione; al posto di raffigurare un’idea, essi carpiscono dalla con­tinuità del flusso temporale bagliori unici e irripetibili, cogliendo e offrendo allo spettatore l’aspetto vivente del reale: il linguaggio delle cose. Il punto di vista di Schaeffer s’inscrive apparentemente nel solco di quella tradizione critica che, fin dalla nascita del film sonoro, si oppose all’eccessivo impiego della parola, e che Sigfried Kracauer sintetizza così: «[...] tutti i tentativi riusciti d’integrazione del linguaggio parlato hanno una caratteristica comune: cercano di diminuire l’importanza del dialogo allo scopo di aumentare quella delle immagini visive» (Kracauer, [1960] 1962, p. 189, corsivo mio). Rispetto a questa tradizione, però, Schaeffer compie un ul­teriore passo avanti giungendo a rifiutare in toto la logica argomentativa come supporto della costruzione audiovisiva in favore di un’organizzazione ‘analogica’ dei materiali: «Questo gioco è il vero e pro­prio scontro che evochiamo e che po­trebbe essere chiamato la battaglia fra logos e kosmos: linguaggio realista affinché l’astratto si sforzi di rag­giungere il concreto. L’idea che l’uomo si fa del mondo, le parole con le quali nomina le cose si compongono insieme e tendono a creare un mondo che sia reale. Le arts-relais apportano delle im­magini, dei suoni, che sarebbero tanto informi quanto il mondo stesso, se non ci sforzas­simo di far dire loro qualche cosa e di ricondurre ad esse le no­stre idee. Incontrare il concreto a partire dall’astratto, questa è la grande inven­zione del linguaggio elaborato; incontrare il pensiero a partire dalle cose, questa è l’invenzione del cinema e della radio» (Schaeffer, [1941-42] 2010, p. 54; cfr. Brunet, 1977, p. 77).

È opportuno sottolineare che l’aggettivo ‘concreto’ non indica per Schaeffer un rimando diretto agli eventi del mondo, i quali, come si è detto, non possono che essere emulati in modo imperfetto; esso riguarda piutto­sto tutta quella serie di aspetti ‘marginali’ di un’opera che non appartengono direttamente all’espressione di un’idea ma che, non per que­sto, partecipano meno alla definizione complessiva delle forme sensibili dell’artefatto («[...] la vita materiale nei suoi aspetti più effimeri» nella vi­sione di Kracauer – [1960] 1962, p. 47). Le numerose precisazioni su questo punto che si possono rinvenire nella teoria musicale schaefferiana valgono a pieno titolo anche per le arti indirette: la sfumatura, il gesto, il respiro, il tocco, ma anche l’imprecisione, l’esitazione e, in generale, ogni aspetto che contribuisce a caratterizzare l’immanenza di un particolare og­getto della rappresentazione rispetto al suo corrispettivo ideale sono tutti tratti potenzialmente espressivi, a patto che lo spettatore sia predisposto a coglierne le sottigliezze.

I materiali delle ‘arti indirette’ sono dunque oggetti estetici (immagini e modulazioni) organizzati secondo una sintassi basata sulle loro qualità sen­sibili; tali qualità sono poste in risalto, ‘rivelate’ dalla macchina da presa e dal microfono. E’ la caratteristica che Walter Benjamin indicava come ridu­zione della ‘lontananza’ dell’opera d’arte riprodotta (categoria entro cui faceva rientrare di diritto anche il cinema) e che Adorno definiva come ‘cosa­lità’. Ma, significativamente, per i due filosofi, quest’aspetto eminentemente ostensivo dei prodotti audiovisivi è da interpretare come limite delle arti meccaniche, rappresentando per il primo il motivo principale della deca­denza dell’ ‘aura’ e sancendo per il secondo l’impossibilità di una costruzione assoluta in cui gli oggetti della scomposizione possano essere manipolati come valori puri (cfr. Benjamin [1936] 1966, p. 25; Adorno, [1966] 1979, pp. 81-82). La soppressione del dominio del logos, invocata a più riprese da Schaeffer, è dunque vista dai due filosofi come una rinuncia al linguaggio e al senso; nelle parole di Adorno, «[...] che dal materiale riprodotto come tale – nella rinuncia a qualsiasi significato, soprattutto, nella rinuncia, fondata sul materiale, alla psicologia – scaturisca un senso appare illusorio» (ivi, p. 83). È per questo che per entrambi i pensatori l’immagine riprodotta finisce ine­vitabilmente coll’evocare un rimando alla società o alla politica, intese in un certo senso come complemento o antidoto all’eccesso di realismo consegnato allo schermo. Al contrario, nel sistema concettuale di Schaeffer, le caratteri­stiche morfologiche del colore, della luce, delle altezze e delle intensità, sono i tratti semantici elementari di un secondo linguaggio, senz’altro vago e im­perfetto, ma capace di sostenere comunque il peso di costruzioni formali e di veicolare altri livelli di senso. È all'interno di questa ambivalenza fra la ne­cessità di una costruzione architettonica basata sulla manipolazione di oggetti e la nobilitazione della concretezza dell'effimero che risiede l'identità caratteristica dei prodotti delle arti meccaniche, grazie alla quale queste ul­time si separano definitivamente dal romanzo, dall'opera, dal concerto e da tutte le forme di teatro filmato o radiotrasmesso per affermarsi finalmente come linguaggio indipendente, tanto singolarmente nel campo delle imma­gini in movimento e del suono riprodotto, quanto, a maggior ragione, in quello dell'audiovisione.