26.ix.2021. Sono passati otto anni da che ho visto Bruno per l’ultima volta, piccino piccino nella camera ardente allestita nel Foyer del Teatro comunale di Firenze: avrebbe compiuto ottantasette anni proprio il 10 giugno, e invece se n’è andato il giorno prima. Accanto al feretro torreggiava Rolando Panerai, di due anni più anziano e compagno di Bartoletti in tante avventure memorabili. Ho parlato con chi gli stava spesso accanto, una cara amica di famiglia di umanità profonda, poi ho salutato le due figlie e il suo nipotino Niccolò, che aveva conosciuto mio figlio Alvise quando eravamo andati a fargli gli auguri l’anno precedente. Mi hanno riferito che è stato lucido fino al giorno prima, quando si è addormentato per non risvegliarsi più. Non mi sono meravigliato: chiunque abbia conosciuto quel giovinotto ultraottantenne ricorda la sua sbalorditiva presenza intellettuale, oltre che affettiva, sempre dalla reazione pronta, come in questo scorcio d’intervista realizzata per un programma televisivo (nella foto sopra maneggia la bacchetta di Arturo Toscanini >). Rammentava episodi lontanissimi nel tempo con precisione assoluta, e quando decideva di narrarmi dell’esule sua vita, il suo favoloso passato emergeva con singolare nitidezza: era sempre una festa ascoltarlo, specie per uno storico della musica come il sottoscritto. Aveva conosciuto Toscanini, era stato assistente di Mitropoulos, aveva commissionato e diretto la première di Paradise Lost di Penderecki a Chicago (1978), ma anche le prime italiane di König Hirsch di Henze (1976) e Opera di Berio (1977) al Maggio musicale fiorentino. Fra i compositori italiani coltivò un rapporto intenso con il toscano Sylvano Bussotti, del quale diresse la prima assoluta di Phaidra / Heliogabalus, nel 1981 (>), promuovendo la première de L’Ispirazione (1988), quando ricoprì il ruolo di direttore artistico del Maggio musicale fiorentino(1985-1991).

Scrivo queste poche righe, tuttavia, per ricordare un amico a cui ho voluto e vorrò sempre bene, non per celebrare un direttore d’orchestra noto in tutto il mondo, dagli interessi molteplici e meritori – amava e dirigeva ovunque musiche della tradizione, specie quella dell’opera italiana in cui era insuperabile, ma anche titoli sperimentali, o eterodossi rispetto al canone occidentale (basti citare i capolavori di Janáček, un altro grande giovane vecchio, come lui: ebbe il premo Abbiati nel 2004 >). Ci sono già pagine che si possono utilmente consultare online, dalla voce che gli dedica Wikipedia >, a quella, un po’ stagionata, del Grove >, una commemorazione del Lyric Opera di Chicago (>), fino a un approfondimento del «Giornale della musica» >, a due belle interviste del 2007 (>) e del 2008 (in cui spiega meglio l’origine della sua passione per Puccini in relazione alla Fanciulla del West, >) e ai numerosissimi necrologi pubblicati dalla stampa di tutto il mondo (>). Nel frattempo il comune di Sesto fiorentino ha pubblicato un video della cerimonia di omaggio al Maestro (9 giugno 2011), in occasione dell’ottantacinquesimo compleanno, un Maestrobruno che si conferma eterno giovinotto (>), e nel borgo natio opera la Scuola di Musica di Sesto Fiorentino Bruno Bartoletti (>). È anche nata un’orchestra che porta il suo nome, la Filarmonica dell’Opera italiana Bruno Bartoletti (>), il cui presidente onorario è la figlia primogenita del Maestro, Chiara.

Chi vuole apprezzare la sua arte è fortunato, perché trova molte occasioni per farlo in YouTube (>), e in particolare può ammirare alcune delle esecuzioni di riferimento delle opere del suo prediletto sor Giacomo (>), forse il musicista nel quale più si è identificato – basti vedere il trasporto che lo anima in questo breve video del 2011, mentre dice la sua a una giovane interprete alle prese con «In quelle trine morbide» (>): ad esempio dal Trittico diretto al maggio musicale fiorentino nel 1983: Il tabarro (>) e Gianni Schicchi (>), ai quali si può aggiungere la magnifica incisione di Suor Angelica con Ricciarelli e Cossotto (1973, >). Bruno diresse migliaia di recite di Puccini nei palcoscenici del mondo intero, e lo studiò in tutti i suoi aspetti, biografici, analitici, ecc. Anche per questo suo interesse Bartoletti fu un amico storico del Centro studi Giacomo Puccini, un’istituzione che seguiva fin dai tempi della fortunata rassegna quadriennale Puccini nel Novecento, alla quale partecipò dirigendo l’ort in una bellissima edizione di Suor Angelica, il 24 novembre del 2000 (>). Nel 2008 fu un ospite d’onore nelle celebrazioni dei 150 della nascita, e nel 2010 non si limitò a dirigere una nuova edizione della Fanciulla del West nel centenario della première al Massimo di Palermo, ma fece parte del comitato scientifico del convegno L’opera fra vecchia Europa e mito di frontiera (>).

Il mio debito di riconoscenza nei confronti di Maestro Bruno è infinito, e inizia quasi trent’anni prima di fare la sua conoscenza, quando cominciai ad amare Puccini anche grazie a lui. Avevo appena ascoltato Freni Pavarotti e Karajan nella Bohème e mi avevano entusiasmato, quando comperai la sua incisione di Manon Lescaut, credo che fosse il lontano 1973. Fu una rivelazione: sotto le voci, così bene accompagnate dalla massa strumentale, si muoveva in realtà un’orchestra sapiente nel solco di Wagner ma senza enfasi, autonoma e collaborativa, struggente e ironica (si oda l’alternanza di stati d’animo sonori nell’atto iniziale). Montserrat Caballé sfavillava, e nell’atto secondo entrava nell’orbita della passione insieme a Domingo con un’intensità potenziata, dopo lo scorcio manieristico dei minuetti che Bartoletti cesellava con mano leggerissima. E l’intermezzo tortuoso e lucente? Ancora adesso lo sento di tanto in tanto, e mi provoca una tristezza smisurata: è l’esecuzione più partecipe e raffinata fra tutte, anche perché esprime a meraviglia le pulsioni di un animo anelante. Esterofilo come lo erano in tanti della mia generazione, mi stupii che un italiano sul podio potesse gareggiare in quegli anni con i grandi maestri internazionali, quando Abbado non era ancora il Divo Claudio, mentre fu proprio Bartoletti, stabilmente insediatosi al Lyric Opera di Chicago, a dare una mano al talentuoso ventunenne Chailly proponendogli Madama Butterfly«Nel 1976, avevo 21 anni e debuttai negli Stati Uniti, all’opera di Chicago. Il Maestro Bartoletti mi chiamò per Madama Butterfly e da allora la febbre pucciniana non si è mai arrestata!», dichiarò, grato, Chailly più volte (qui in un intervista del 2007, >). E a questo punto la storia della direzione d’orchestra italiana moderna procede e si ramifica… intanto il nostro arriva ai fasti del Trittico coi complessi del Maggio inciso nel 1991. Quando sono andato a salutare Maestro Bruno per l’ultima volta ho ascoltato in macchina Manon Lescaut all’andata, l’opera da cui ero partito io, ma al ritorno ho cambiato genere e mi son dato al suo Gianni Schicchi tutto fiorentino. Mi son detto che pure lui avrebbe preferito dire addio alla sua Firenze da un podio che celebra la modernità dell’Italia passando per alcuni fra i suoi miti maggiori – idea che soprattutto ai tempi d’oggi mi pare una pura utopia, ma un saluto che Bruno avrebbe certo gradito.

Dopo questa Manon Lescaut ascoltai tante esecuzioni discografiche di Bartoletti, ma non lo vidi in teatro se non negli anni Novanta. Me l’ero immaginato diverso, e invece era proprio un toscano doc come Puccini, sceso a Firenze dal contado come lo Schicchi (ma anche alla maniera di Giotto e Forzano, e magari di Pietro Bernini, papà di Gian Lorenzo, che veniva da Sesto fiorentino, proprio come Bruno), né il lungo contatto con la lingua inglese avevano inquinato la parlata schietta della sua città d’adozione, Firenze. Lo conobbi a Lucca: mi venne a cercare lui, come fanno le persone di livello superiore curiose del loro prossimo. Gli era piaciuto la mia monografia su Puccini e aveva delle cose da discutere. (Poi, quando il volume fu tradotto in inglese per la University of Chicago Press, scrisse una breve presentazione sul retro di copertina come direttore emerito del Lyric Opera: un regalo che mi emozionò e che ogni tanto rileggo quando mi prende un po’ di depressione, >.)

Ma come, lui che onorava da decenni Puccini con il suo talento artistico voleva discutere con me? lui Bartoletti che conosceva le partiture a memoria (poteva citare all’impronta la composizione timbrica di un accordo, se serviva), e in particolare quelle del suo amore più solido fra tutti, il Sor Giaomo? Non mi è parso vero di avere tanta fortuna e ne approfittai: da allora sono sempre andato a sentirlo con vivo piacere ovunque potessi, a Macerata, Parma, Venezia, Bologna, Milano, Palermo, fino al 2012. Abbiamo spesso chiacchierato e discusso, magari a cena insieme e, a parte le sere di recita, andava sempre a letto alle dieci, come un orologio, dopo aver mangiato e bevuto in maniera controllata, senza farsi mancar nulla; inoltre alloggiava sempre vicinissimo al luogo del delitto (in laguna a circa venti metri dall’ingresso degli artisti della Fenice). Mi spiegò che questo era uno dei segreti della sua tenuta psicofisica, e che gli consentiva di balzare di città in città, di attraversare l’oceano, di tenere sempre salde le redini di una partitura. Rispettava con l’abitudine la sua età, ma ho sempre avuto l’impressione che volesse morire sul podio, specie da quando si era spenta Rosanna, compagna della sua vita.

Nel 2008 era venuto a parlare di come si mette in scena Puccini a conclusione di una sessione del convegno del centocinquantesimo della morte dell’artista che avevo organizzato a Torre del Lago (>) nell’ambito delle celebrazione del centocinquantenario della nascita: era davvero un grande affabulatore, e per questo tutti facevano a gara per invitarlo in circostanze come questa. Ma in riva al Massaciuccoli si superò: fu polemico, graffiante, spiritoso come non mai. In coppia con Sylvano Bussotti (>), che lo ha raggiunto qualche giorno fa (>), tenne banco per un paio d’ore, inesauribile fonte di aneddoti, sempre pronto alla battuta, talora feroce ma sempre col sorriso sulle labbra (>). Sarà stata l’aria respirata illo tempore da Puccini? Non lo so, ma sento tanto la sua mancanza. Scrivendo sulle celebrazioni del 2008, in mezzo a note piuttosto pessimistiche, notavo come antidoto positivo alla pochezza del quotidiano, che «Bruno Bartoletti sta vivendo una seconda giovinezza, e mostra in ogni sua concertazione una vitalità e una passione che dovrebbero contagiare». Io sono stato contagiato da lui, dalla sua voglia di vivere, dalla maniera con la quale affrontava l’esistenza.

Non potrò mai saldare questo debito, ma ho avuto in dono la sua amicizia e il suo affetto nella fase più matura della sua seconda (o terza) giovinezza. Cosa avrei potuto desiderare di più? Naturalmente mi manca (e chissà a quanti altri), ma quando mi capita di ripensare a lui, com’è accaduto oggi, mi sento sempre un po’ più sereno di prima. A nome di tutti gli amanti della musica che hai gratificato nella tua vita con tanta generosità: grazie Maestro Bruno!