20191122

 

Nel corso si sono prese in esame le molteplici relazioni fra l’opera e il potere, a partire dal teatro di Mozart: sia sotto il profilo drammaturgico, sia  nell’ambito dei sistemi produttivi, italiani e parigini in particolare, sia sotto il profilo della storia e della politica. Si è proceduto trattando argomenti in maniera sistematica – affrontando la maniera di far politica nel teatro musicale, piuttosto che il rapporto semanticamente connotato tra le opere e parole pesanti, in particolare per i regimi assolutisti, come «libertà» – con titoli significativi trattati pure specificamente – come, fra gli altri, Don Carlos e Boris Godunov.  Un altro filone che si è approfondito, anch’esso fondamentale, è il rapporto, sempre decisivo, fra potere laico, a quanto pare mai sufficientemente assoluto quanto vorrebbero i regnanti, e potere religioso. Per chiudere si sono valutati tre titoli di compositori di religione ebraica che, in epoche diverse (dalla Francia del primo Ottocento all’America delle discriminazioni nel secolo xx), hanno ribadito l’attenzione che gli artisti e intellettuali israeliti hanno sempre riservato a temi riguardanti la libertà, la critica sociale e la tolleranza.

 

Per l’inquadramento storico la/il  candidata/o potrà consultare i volumi 9 (Fabrizio Della Seta, Italia e Francia nell’Ottocento, Torino, edt, 1993) e 10  (Guido Salvetti, La nascita del Novecento, Torino, edt, 1991) della Storia della musica, a cura della Società italiana di musicologia, ii ediz. (anche nell’ediz. economica: 2013), particolarmente in riguardo ai titoli trattati nel corso, che si leggono qui (>); una prima soluzione di ripiego può essere la lettura del manuale di Mario Carrozzo, Cristina Cimagalli,  Storia della musica occidentale. Dal Romanticismo alla musica elettronica, 3 voll., Milano,  Armando, 2009 (>, almeno le pp. 11-56, 169-418); un’altra soluzione potrebbe essere La breve storia della musica di Massimo Mila in una qualsiasi delle sue numerose ristampe (ad es.: Torino, Einaudi, 1983*).

 

 

Si consultino i materiali (1-11) collegati alla pagina del corso (>) per i sussidi necessari alla preparazione: diagrammi, registrazioni audiovisive, libretti delle opere prese in esame, con le quali la/il candidata/o prenderà confidenza, leggendone il libretto e valutandone la drammaturgia (se è in grado di farlo anche prendendo in considerazione la musica).

 

Per mettere a fuoco il tema principale del corso si legga la sintesi brillante di  John Rosselli, Politica, religione e opera, prolusione al convegno Tosca nel terzo millennio (Lucca, maggio 2000), «Studi pucciniani» 2, 2000, pp. 9-20, rist. «La Fenice prima dell’Opera» 4, 2008, pp. 25-35 (>), e si approfondiscano le questioni storiche e metodologiche affrontate da Anselm Gerhard, Il mito del secolo borghese: problemi di storiografia dell’Ottocento musicale (>), «il Saggiatore musicale», vol. 20 n. 2, 2013, pp. 237-258.

 

La ricognizione sul concetto di libertà, specie in riguardo ai titoli che si sono valutati nel corso (gli argomenti si leggono qui >), andrà approfondita grazie ai contributi di Charles Rosen, Freedom and Art e Mozart’s entry into the twentieth Century (>), in Id., Freedom and the Arts. Essays on Music and Literatur, Cambridge, Massachusetts, and London, Harvard University Press, 2012, pp. 7-14, 64-72 e Benjamin Walton, Looking for the Revolution in Rossini’s «Guillaume Tell» (>), «Cambridge Opera Journal», xv/2, 2003, pp. 127-151. Si rivolga uno sguardo agile e sintetico al rapporto fra i compositori e il fascismo leggendo Silvia del Zoppo, Mussolini e i compositori del Ventennio: estetizzazione della violenza, processi mitopoietici e riti del consenso nel contesto musicale italiano  (1922-1939), (>) «Gigalmeš», 1, 2016, pp. 191-205.

 

 

Nel corso si è discusso a lungo del grand opéra francese, genere politico per eccellenza. L’opinione di Massimo Mila, nella sua Breve storia della musica (Torino, Einaudi, 19834: >) è impregnata di una prevenzione tipica degli studiosi della sua epoca. Ora il genere viene visto sia nel contesto del sistema produttivo parigino sia come manifestazione drammatica di opinioni politiche, sovente basato su eventi storici (autentici e/o riadattati), ed è legittimamente rivalutato. Si leggano in proposito le pp. 378-381 del saggio di Sieghart Döhring, Giacomo Meyerbeer: Il «grand opéra» come dramma d’idee (>), in La drammaturgia musicale, a cura di Lorenzo Bianconi, Bologna, Il Mulino, 1986, pp. 365-381. La dimensione del dramma storico si vive anche nella nascente opera russa, rappresentata al meglio da Boris Godunov di Musorgskij, che acquista una fisionomia politica anche in relazione al Don Carlos – si veda  il saggio di  Michele Girardi, Boris Godunov» tra rivoluzione e pessimismo verdiano (>), «Studi pucciniani» 2, 2000, pp. 69-89.

 

Una posizione centrale nello sviluppo del grand-opéra è occupata proprio dal Don Carlos di Verdi, dove s’incrociano una critica vemente all’assolutismo politico a quella del potere religioso, visto da una posizione fortemente anticlericale: si legga, in proposito, il saggio di  Paolo Cecchi, Temi politici nel «Don Carlos» da Schiller a Verdi (>), «Studi pucciniani» 2, 2000, pp. 37-68. Di anticlericalismo si nutre anche la critica al potere espressa da Verdi in Aida (cfr. materiali, 7: i sacerdoti egiziani sono in realtà preti) e da Puccini in Tosca (contro la bigotteria e il potere temporale del papa re: si tengano presenti le pp.  86-91 di Michele Girardi, Tosca: una prima donna nel mito e nell’attualità (>), in Tosca di Puccini, Bologna, Teatro comunale, 2014, pp. 71-91), ch’è ambientata all’epoca delle battaglie napoleoniche nel primo Ottocento e dell’effimera Repubblica romana, oltre che titolo capace di attirare le simpatie politiche della scapigliatura democratica, come dimostra Gerardo Tocchini, L’ultimo melodramma del Risorgimento. Tosca nell’ombra lunga della Questione romana (>), in Tosca, Milano, Teatro alla Scala, 2019, pp. 105-115. Sull’opera di Verdi si considerino anche le nove possibili interpretazioni del soggetto, da quella più letterale dell’antico Egitto (è solo quello) a quella più metaforica (è la metafora di ogni abuso di potere, p. 49), formulate da Ralph P. Locke nel saggio «Aida» and Nine Readings of Empire (>), «Nineteenth Century-Music Review», pp. 45-72. A titolo di cronaca segnalo una lettura ‘massonica’ del direttore d’orchestra Antonino Fogliani (>).

 

È singolare, infine, che a distanza di un secolo esatto, tre compositori di fede ebraica – Halévy, Gershwin e Bernstein –  s’interessino di tematiche legate alla tolleranza religiosa, alla dimensione ‘razziale’ e ai conflitti tra comunità legati alla miseria e all’emarginazione. Sulla Juive di Halévy si studi il saggio di Alessandro Roccatagliati, Relativismo salubre e teatrali virtù de «La Juive», in Fromental Halévy, «La Juive», «La Fenice prima dell’opera», 1, 2005-2006, pp. 11-32 (>, alle pp. 51-124 si può leggere il libretto dell’opera con la trad. italiana a fronte), e si consideri la manifestazione dell’antisemitismo wagneriano, nella mutazione del Ring des Nibelungen (la discesa nel ventre della terra) in rapporto alla scena iniziale dell’opera (>; esempi musicali; Halévy > e Wagner >). Su Porgy and Bess si studi il capitolo 3, Gershwin’s Idea of What a Negro Opera Should Be: «Porgy and Bess», 1935, in Ellen Noonan, The Strange Career of «Porgy and Bess», Race, Culture, and  America’s Most Famous Opera, Chapel Hill, University of North Carolina Press, 2012 (>), pp. 143-183. Infine su West Side Story si leggano Michele Girardi, «There’s a place for us»: Giulietta e Romeo da Verona nel West-Side (>), in West Side Story, Firenze, Teatro del maggio musicale,  2018, pp. 33-54.

 

Per chi sostiene l’esame è prevista una prova scritta, che consiste in un breve riassunto della tavola rotonda Le donne del «Don Carlo» svoltasi alla Fondazione Levi di Venezia, il 23 novembre 2019 (>); video (>), oppure di uno dei seguenti articoli, che dovranno essere comunque studiati da chi si presenta all’esame senza aver frequentato: Ray Allen, An American Folk Opera? Triangulating Folkness, Blackness, and Americaness in Gershwin and Heyward’s «Porgy and Bess», «The Journal of American Folklore», vol. 117, n. 465, Summer, 2004, pp. 243-261 (>); Anthony Arblaster, Verdi: the Liberal Patriot (>), in Id., Viva la libertà. Politics in Opera, London-New York, Verso, 1992, pp. 91-146 (anteprima, pp. scelte >); Richard Crawford, Where Did «Porgy and Bess» Come From?, «The Journal of Interdisciplinary History», vol. 36, n. 4, Opera and Society: Part II, Spring, 2006, pp. 697-734 (>); Anselm Gerhard, L’eroe titubante e il finale aperto: un dilemma insolubile nel «Guillaume Tell» di Rossini (>), «Rivista italiana di musicologia», xix, 1984, pp. 113-130; Barry Seldes, American Biedermeier 1951-1959 (>), in Id., Leonard Bernstein. The Political Life of an American Musician, Berkeley-Los Angeles-London, The University of California Press, 2009, pp. 52-86.

 

 

 

NB: il segno > rinvia a un collegamento ipertestuale, solitamente un documento in formato pdf; * segnala che il testo è disponibile a scopo di studio (rivolgersi al docente).

 

20191211

 

Curriculum

Pubblicazioni

Convegni

Altre attività 

Corsi: 1997-98, 1998-99, 1999-2000, 2000-2001, 2001-2002, 2002-2003-ab, 2002-2003-2, 2003-2004-ab, 2003-2004-2